Da qualche tempo mi interrogo sull'eutanasia, sui confini di quello che e' giusto e quello che non lo e', sull'accanimento e sulle cure.
O forse sarebbe piu' corretto dire che NON mi interrogo, perche' appena provo a pensarci, e' come se la mia capacita' di pensare scappasse, e restasse una zucca vuota al posto del cervello.
Razionalmente non sono riuscita a capirlo, ma domenica ho letto un brano del "Leopardo" di Jo Nesbo, e ho cominciato a capire perche' non riesco a pensare razionalmente a questo argomento.
Il padre di Harry e' in ospedale, paziente terminale, e gli chiede di aiutarlo a morire. Lui si rifiuta, e ne parla con Sigurd Altman, l'infermiere del reparto.
Harry si stropicciò il collo. - Non è che ho principî tipo l'inviolabilità della vita o cavolate simili. La mia è pura e semplice debolezza. Anzi, vigliaccheria. Accidenti, Altman, non è che hai qualcosa da bere qui?
Sigurd Altman scosse la testa. Harry non sapeva se in risposta alla sua domanda o a quello che aveva detto prima. Forse tutt'e due le cose.
- Non puoi svilire i tuoi sentimenti così, Harry. Cerchi di scantonare il fatto che tu, come chiunque altro, sei guidato dai concetti di giusto e sbagliato. Forse il tuo intelletto non possiede tutte le argomentazioni per spiegare questi concetti, ma sono comunque radicati in te molto, ma molto profondamente. Giusto e sbagliato. Forse sono cose che i tuoi genitori ti hanno raccontato quando eri piccolo, una fiaba con la morale che ti ha letto la nonna, un episodio che è successo a scuola e ti è sembrato ingiusto e su cui hai riflettuto molto. La somma di tutte queste cose semidimenticate -.
Altman si sporse in avanti. - «Profondamente radicate» è comunque un'espressione molto azzeccata. Perché dice che forse non riesci a vedere la radice, giù in fondo, e malgrado ciò non ti schiodi di lì, continui a vagare in tondo, è quello il posto cui appartieni. Cerca di accettarlo, Harry. Accetta la radice.